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     Paese   
     Thursday, 09 July 2009 @ 19:30
     Leggi il profilo di: capohorn
     Visualizzazioni: 768

    Racconti


    Paese


    Cos’è paese? Dove hai aperto gli occhi non solo la prima volta, ma cento volte, dove sei cresciuto, dove tutto è familiare, è tuo. Basta andare a leggere Pavese, “La luna e i falò” per capirlo:

    … “è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione…così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. …Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto”…
    …Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via… un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”…

    Al di là di chi lo abita, è in noi e la nostra anima è lì, come persona amata. il paese siamo noi. Senza di lui siamo senza noi stessi.
    Metà mare e metà monti, la natura, con la sua signoria, dettava tempi e stati d’animo come un gran direttore d’orchestra, scoloriva o accendeva di luce, a seconda dell’ora, le case e gli orti patinava tutto come monete dissepolte.
    La natura è predominio che inserisce ogni vicenda in una dimensione contemplativa del vivere che restituisce poesia. È voce di fede, di amore, è testimonianza, stupore, sintesi divina. Bisognerebbe osservarla in ginocchio. Come in preghiera.
    Si spalancavano balconi sui cieli marini. Veniva dentro, curiosando per le stanze, il vento che desta memorie, legando l’oggi, l’ieri e il domani.
    Si andava per vie discrete, attente nell’ombra al racconto di quello che il tempo e le vite passate avevano dettato. Si passava per vicoli dove riconquistava silenzi il paese. Presso orti chiusi da muri di pietre sovrapposte, vinte dal tempo e fatte sue. Nelle crepe s’allegrava la vetriola, sulla cimasa scalcinata andavano, lenti e sonnacchiosi, gatti muraioli e oltre la cinta si vedevano aranci e generose piante di fichi, spinosi fichi d’india. Tutto era in un disordine-ordine, in armonia con il paese.

    Le domeniche si aprivano con uno scampanio di festa. La casa e le vie sapevano di sughi generosi e voci di famiglia che si compattava. Nell’ora sacra, intorno alla stessa tavola, sedevano presenti e assenti. Modesta di cibi, quella mensa aveva ricchezza e continuità di affetti che duravano, di accoglienza, di memorie di ore passate.
    Nei bar e nei saloni da barbiere, filosofia di vita, ozi fecondi e ricchi di pensiero. Un senso latente della vita e dei suoi perché. Una predisposizione innata alla ricerca dell’essenziale. Il quia delle cose. Si sapeva e si diceva tutto e di tutti. Lo sport e la politica ridotti all’osso, ironia e satira come companatico. Si raccontavano anche storie fantastiche di paura da brivido, di spiriti inquieti, vaganti a trovare la chiave della loro pace. L’Olandese Volante condannato a cercare un amore per riposare in pace. O l’Ebreo Errante.
    Raccontavano di strani incontri al ponte del Timpone, alla mezzanotte in punto. Passi notturni alle spalle di chi si avventurava solo e a quell’ora, passi sempre più frettolosi e poi il sorpasso di un uomo …senza testa che all’improvviso svaniva.
    Si narrava di una casa in paese disabitata per buona parte dell’anno. Misteriosa. Si diceva di fantasmi insonni che nelle notti senza luna trascinavano per le stanze buie pesanti catene. Oltre il cancello, tra le fessure che consentivano poco allo sguardo, giochi di luci e di ombre, statue inquietanti, in fissità sognante. E il vento, agitatore di fronde, a muovere incubi o sogni.

    Come su un palcoscenico, si muovevano figure che hanno fatto la storia del paese.
    Nella calura estiva, nei pomeriggi di luglio e agosto che addormentavano case e persone, per le vie andavano solo cani randagi spelacchiati e con la lingua penzoloni, in cerca di acqua. Si udiva un fischio metallico e il rotolare di un carrettino. Era il venditore di gelati.
    Si correva giù in strada con le dieci lire di carta (le amlire dell’occupazione militare) o di alluminio (prime monete della Repubblica, dopo le splendide monete del Regno, che il re Vittorio Emanuele III, appassionato numismatico - suo unico merito - aveva emesso sulla falsariga di quelle splendide monete magnogreche rimaste insuperate), e si acquistava il gelato. Con la piccola paletta, il gelataio riempiva il cono che dovevi immediatamente leccare con maestria, facendolo girare lentamente in un senso e girandogli intorno la lingua in senso inverso a raccogliere quello che andava subito sciogliendosi e colando da tutte le parti e che si rischiava di perdere.

    Passava l’uomo del bando e a voce alta, squillante e decisa annunziava l’arrivo e la vendita di prodotti nei negozi (scarola, fagioli, pomodori, ecc.), o la vendita a saldo.

    Sentite ’u baaaanno
    è arrivaaaata
    ’nda Mariuuuuccia
    a Tripooooda
    ’a ’nsalaaaata
    a cieeeentu liiiire
    u chiiiilo…

    ’A Tripoda apriva il suo negozio di frutta e verdura al piano terra, di fronte a Ciuffo, il più antico negozio di alimentari del paese, e a ridosso del portone dei Tavernese. A Capodanno, nella piazza della chiesa, cantava a distesa l’elogio di qualche paesano benestante o degno di lode: era la pubblicità di allora, uno spot più umano e meno isterico, meno frenetico e ricercato.

    Si chiamava Giovanni (Giuanne), ma lo chiamavamo tutti Cimeraglia. Andava per le vie con il suo carico incredibile di medaglie attaccate agli abiti sgualciti e strappati e di pentole e pentolini e altri oggetti. Si fermava a sedere sui gradini di case o sdraiato sul marciapiede e stava ore in silenzio, rispondendo a gesti a chi gli parlava. Qualcuno lo chiamava in casa offrendogli un piatto di minestra o da bere. Taciturno, discreto. Chi sa da dove veniva? Chi sa dove andava? Chissà dove si è fermato per sempre!

    Vito ’u ciuoto a piedi scalzi, di notte e di giorno, in inverno e in estate, sembrava danzasse quando camminava. Esile e svelto, faceva piccoli servizi (prendere l’acqua alla fontana, portar via qualche rifiuto) e si guadagnava un pasto caldo o indumenti. Gli si chiedeva di ballare e lui si muoveva sui piedi nudi, accennando passi di tarantella. Era stato, forse, ballerino o aveva amato la danza e la musica? Quale il suo passato, se il futuro era certo?
    Ma forse la più matta di tutti era Peppa ’a ciota. Si capiva poco o nulla di quanto diceva. A noi bambini faceva un po’ paura, ma era tranquilla. Come gli altri, vagabondava per il paese senza petulanza, masticando parole tra sé e sé, per chissà quali complicati e contorti pensieri, disordinati e senza senso, a guisa di un racconto di Joyce. Parole che venivano fuori senza ordine e logica, perché il pensiero stesso era disordinato nel nascere o nell’espressione.

    Capellone, hippy, beat e figlio dei fiori ante litteram, Giacomino viveva anche lui per la via con la chitarra a tracolla.“On the road”, come titola il romanzo di J. Kerouac che raccontò le inquietudini disordinate di una beat generation famosa più per quello che rifiutava che per quello che cercava. Esaltazione religiosa o alcoolica che fosse, Kerouac si mosse sulla scia di W. Whitman, poeta che meglio di ogni altro cantò lo spirito di un’America nuova e libera, dell’America dalla fiaccola accesa e alta sulla porta del mare. Terra sognata da generazioni di emigranti. Spazio aperto. Giustizia, democrazia, ideali di pace agitati come vessilli sopra i mali del mondo e nuova frontiera della libertà.

    Lo ricordo soprattutto nel salone del barbiere alla posta. Seduto come in attesa del taglio capelli, ma a tutt’altro interessato. Allora più di oggi la bottega del barbiere era luogo di incontro, grancassa di ogni avvenimento che veniva detto e ridetto e del quale ognuno faceva la sua lettura personale.
    Figlio del vento anche lui, Giacomino in questa realtà dava voce alla sua chitarra. Suonava, a richiesta: “Viento ’e mare e viento ’e terra” e sembrava davvero sentire il vento passare.

    Venivano lungo la via marina, venivano da Scario o Villammare, le pescivendole. Passavano nel mattino ancora fresco di respiro notturno e di aliti marini. A piedi e scalze, a passo svelto, vestite di nero. Ieratiche e nobili nel portamento e nei gesti, al pari di vestali, recavano sul capo, sopra il cercine, cassette di legno o ceste fatte a mano. Un grido lungo e contenuto le precedeva alla vista:

    Aliiici, aliiici freeesche!
    Iamme, i cicinieeelli! A dieci lire u chiiilo!

    Altre, da Vibonati portavano olio appena colato, come oro liquido, dai frantoi e senza petulanza o invadenza, con dignità e misura si fermavano al richiamo di chi veniva sull’uscio.
    Se ne sono andati con il loro tempo. Come capita a tutti perché tutti siamo padri e figli di un’epoca che se ne va con noi. Se ne sono andati. Svaniti sul filo d’acqua della vita che scorre.

    O sono ancora qui con noi che li abbiamo conosciuti? Li vedo venire: Vito ’u ciuto balla sulla piazza del paese, e Giacomino tenta le corde del mandolino, e le donne tutte insieme, con il cesto sul capo, vengono avanti lungo la via del mare, con il loro incedere svelto e regale. E non è il banditore quello che sta chiamando a raccolta? “…sintite ’u baaanno…”!

     



    Paese | 11 Commenti | Crea un nuovo Account

    I seguenti commenti sono proprieta' di chi li ha inviati. Club Poeti non e' responsabile dei contenuti degli stessi.
    Paese
    Contributo di: frame on Thursday, 09 July 2009 @ 20:27
    Tu sei di un'altra categoria! Questo é palese, e peccato che pochissimi qui dentro conoscano il tuo "Canto della memoria". Sarebbe bello inoltre se tu ci facessi visita con maggiore frequenza. Semplicemente splendido Un saluto Franco --- Frame

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    Paese
    Contributo di: scollo salvatore on Thursday, 09 July 2009 @ 21:03
    Una scrittura che sa raccontare, elegante e sobria, che disegna le figure "strane" del paese con sentita partecipazione.
    La malinconia che fa da sfondo non è invasiva: senza tremori o rimpianti avvolge il tutto in una soffice luce.

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    Paese
    Contributo di: nino vicidomini on Thursday, 09 July 2009 @ 23:21
    Mi unisco ai consensi.
    Ti fai leggere.

    ---
    nino vicidomini

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    Paese
    Contributo di: erandoro on Friday, 10 July 2009 @ 14:07
    Quando i ricordi sono esposti così bene da diventare oltre che
    piacevoli anche condivisibili beh... dietro c'è sicuramente una
    gran penna.

    Questo è quello che ho provato assieme al piacere di leggerti.
    Bellissimo e vedo che non sono la sola a pensarlo.

    erandoro

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    Paese
    Contributo di: blunapo on Friday, 10 July 2009 @ 17:14
    ma che bella penna sembra quasi di poter sentire l'odore di questo paese --- "de meo ligurrire libido est"Gaio Valerio Catullo

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    Paese
    Contributo di: capohorn on Sunday, 12 July 2009 @ 11:55
    cara stefania convalle ho letto il tuo commento e ti ho scritto a parte un email. Hai letto la mia poesia ritorno a casa? cosa ne dici? ciao, capohorn

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    Paese
    Contributo di: Armida Bottini on Sunday, 12 July 2009 @ 17:22
    Leggo tutto, ma mi trovo in un luogo che rende difficili i collegamenti. Sei bravissimo, mi ritrovo in te, nei tuoi ricordi: io sono il banditore, ciao.

    ---
    Midri

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    Paese
    Contributo di: Rosalunare on Monday, 13 July 2009 @ 08:11
    Assaporato parola per parola... --- Rosalunare (Omnia Vincit Amor) ... libera(mente) tra le Correnti...

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    Paese
    Contributo di: rita iacomino on Monday, 21 September 2009 @ 22:58
    Vita e ricordi del paese che ha lasciato nella memoria momenti nostalgici. Forse per capirlo, bisogna aver vissuto questo distacco. A me è piaciuto molto - ciao --- rita iacomino

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    Paese
    Contributo di: gianna.curto on Thursday, 08 January 2015 @ 17:21
    "Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via" "Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti" (La luna e i falò - Cesare Pavese) Il tuo racconto mi è piaciuto ---- --- Gianna

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    Paese
    Contributo di: zio-silen on Monday, 20 May 2019 @ 09:50
    Ho provato a incolonnare - e coniugare al presente - un tratto di questo racconto per vedere l'effetto che fa:


    Il paese sono io, è in me, è la mia anima.
    Senza di esso sono senza me stesso.
    Metà mare e metà monti, la natura,
    con la sua signoria detta i tempi
    come un direttore d’orchestra, scolorisce,
    accende di luce le case e gli orti,
    patina tutto come monete dissepolte.

    Dal balcone, aperto sul cielo marino,
    viene dentro, curiosando per le stanze,
    il vento che desta memorie,
    lega l’oggi, l’ieri e il domani.

    Nelle crepe di pietre sovrapposte, vinte
    dal tempo e fatte sue, s’allegra la vetriola,
    sulla cimasa scalcinata vanno, lenti
    e sonnacchiosi, gatti muraioli e oltre
    la cinta vedo aranci e generosi fichi
    e spinosi fichi d’india. In armonia
    con il paese. Tutto è
    disordine-ordine.




    Da stellare!!... il racconto, naturalmente.

    ---
    zio-silen

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